Dieci anni

Dieci anni fa, la notte del 17 marzo 2004, si scatenò in tutto il Kosovo e Metohija una sconsiderata caccia all’uomo, per la precisione una caccia ai serbi. In un paio di notti terribili, furono saccheggiate Chiese, distrutti Monasteri, bruciate abitazioni, espulse famiglie, profanati cimiteri, devastati interi quartieri.

Tutto sotto lo sguardo di una missione internazionale, la Kfor, incapace di contenere le violenze, sorda alla tragedia che si stava consumando.

La nostra associazione, ha ricordato lo scorso anno questi accadimenti, attraverso un brillante articolo della Dott.ssa Katarina Lazic (clicca qui per leggere).

Quest’anno l’anniversario è più rotondo, dieci anni.

La domanda è legittima, serve ancora ricordare? E soprattutto, chi è che deve farlo?

Scrive Elena Loewenthal: “ricordare non porta con sé alcuna speranza. Se anche non dovesse accadere mai più, non sarà per merito della memoria, ma del caso”. Era stato scritto per la shoah, si attanaglia perfettamente al Kosmet.
Da quelle notti terribili non abbiamo imparato alcuna lezione, come spesso avviene quando il peso del sacrificio lo pagano gli altri e non noi stessi.
Un fuoco cova sotto le ceneri in Kosmet e i diplomatici sorridono. “Il teatro è normalizzato”, “la situazione stabile”, ripetono come un mantra a cui nessuno crede.

Chi è poi, che deve ricordare quei giorni?

Gli albanesi, che furono artefici di quel terribile misfatto? I più intellettualmente onesti, hanno scacciato dalle loro menti una tra le pagine più efferate di questo nuovo millennio, gli altri, collusi e conniventi con i terroristi, sono infastiditi dalla memoria e ripetono una fessa cantilena: “quel che accadde allora, non potrebbe accadere ora”. E nessuno ne spiega il motivo.
I serbi? La comunità serba di Kosovo e Metohija, non ha bisogno di una ricorrenza per rammentare una data che è impressa nella loro storia personale e nella loro pelle. Sanno di essere “carne di cannone” in un luogo di frontiera, ogni giorno, davanti all’ostentazione delle bandiere rosse con l’aquila nera, davanti alla discriminazione, alla mancanza di scuole rispettose della lingua, di strutture sanitarie, di tutele. Per la Nazione serba, quello del 2004 rimane un episodio terribile con il quale fare i conti per ri-nascere come paese moderno e consapevole.

In realtà, la memoria di quei giorni, dovrebbe essere tutta nostra. NOSTRA.
Di chi era presente sul territorio con soldati armati, incapaci di fermare il disastro, vincolati da inaudite regole d’ingaggio.
Ogni giorno, l’occidente, l’Italia, l’Europa, dovrebbe chiedersi perché in tre notti di terrore, un manipolo di terroristi indemoniati, riuscì a infiammare una regione piccola quanto l’Abruzzo, distruggendo luoghi che l’identità europea ha definitivamente perduto.

Per tutti noi, che proviamo la giusta vergogna a ricordare questi giorni, Amici di Decani, vuole proporre un inedito montaggio di alcune foto di quell’orribile marzo 2004. Per provare a riflettere, per chiedere con tutta l’umiltà di cui siamo capaci, l’unica cosa accettabile e possibile: Scusa.
Scusa a chi fu vittima innocente.

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