Le vite sospese

Le vite dei serbi di Kosovo sono sospese, perennemente in equilibrio tra il desiderio di normalità e la tragedia. Qualche ora fa da questo sito, vi avevamo raccontato della bella giornata di Musutiste. Avevamo notato uno schieramento di forze imponente, ma l’avevamo attribuito alle recenti tensioni divampate in seguito ai tristi accadimenti di Macedonia.

La verità terribile è giunta nel tardo pomeriggio. Con un laconico e breve messaggio, il capo della Kosovo Police di Suva Reka ha dovuto dichiarare: “di aver rinvenuto un ordigno esplosivo nell’area di Musutiste, proprio dove si stava svolgendo la Slava”.
Una tragedia solo sfiorata.
Fonti molto vicine alla polizia, sostengono che si sia trattato di un ordigno potente, dall’alta capacità distruttiva. Un’arma concepita professionalmente per seminare morte e terrore.

Fortunatamente, anche se qualche osservatore e qualche giornalista insinuano che la fortuna c’entri poco, la KP (Kosovo Police) è riuscita a scovare l’ordigno in un territorio veramente complesso, pieno di arbusti e nascondigli naturali, disinnescandolo ed evitando la tragedia.

Al termine della notizia rimangono sempre le solite domande, quelle confezionate apposta per la diplomazia internazionale e occidentale, quelle che ripetiamo almeno da due anni; cosa deve accadere in Kosovo per comprendere che i conflitti non sono sopiti? Chi e quanti devono morire affinché si riesca a dire che questa parvenza di stato di diritto non tutela le minoranze e fa dell’odio etnico la risposta buona per ogni tempo e per ogni situazione? Che vi è in Kosovo, una rete di organizzazioni criminali e terroristiche che si sovrappongono al presunto apparato statale?
Come possono, i diplomatici internazionali, affrontare lo specchio ogni giorno, raccontandosi e raccontando che il Kosovo sia un paese pacificato?

Al termine di questi interrogativi, rimane la vita quotidiana di una minoranza, quella serba, sospesa su un abisso di sofferenza e prevaricazione, umiliata nei propri diritti fondamentali e minata nella propria sicurezza, tutto ciò a solo un’ora di volo da Roma, nella civile Europa del terzo millennio, ben confinata nell’indifferenza, grazie al nostro egoismo.