L’ultimo schiaffo

Ieri l’Europa e il consesso internazionale hanno incassato l’ultimo schiaffo dalla politica kosovara che di fronte ad un paese allo sfascio ha ritenuto una necessità, dover proclamare un esercito “nazionale”.

Affidiamo il nostro commento al bell’articolo di Francesco Battistini, condividendone le tesi e le preoccupazioni, che domani sarà pubblicato sul Corriere della Sera (clicca qui per leggerlo sul Corriere online)

L’esercito del Kosovo, una scelta che riapre i giochi di Francesco Battistini

Il voto di ieri nel Parlamento di Pristina è qualcosa di più d’uno sgarbo: i 107 deputati albanesi hanno trasformato le vecchie forze di sicurezza Ksf (nate sulle ceneri dell’Uck e della guerra del ‘99) in un’armata regolare
I soliti dispetti. Negli ultimi dieci anni, dall’indipendenza del Kosovo, è sempre andata avanti così: un giorno si tagliava al nemico la luce, un altro si smontavano i ripetitori dei cellulari, oppure non si pagavano le bollette, si taroccava l’ora legale, si vietavano le partite, si mettevano dazi del 100% sulle merci… Secondo le regole del cattivo vicinato. Ma il voto di ieri nel Parlamento di Pristina, col sì a un esercito nazionale, è qualcosa di più d’uno sgarbo: i 107 deputati albanesi hanno trasformato le vecchie forze di sicurezza Ksf (nate sulle ceneri dell’Uck e della guerra del ‘99) in un’armata regolare. Che passerà da tre a diecimila uomini. Che sarà ovviamente «aperta a tutti», secondo il mai rispettato mantra della multietnicità.
Che affiancherà i militari Nato, italiani compresi, nel controllo d’uno Stato che mezzo mondo ancora non riconosce. Il ragionamento dei kosovari — se siamo indipendenti, perché non possiamo avere un esercito? — contiene già i pericoli di questa scelta: sono arrivati l’ok di Trump, essendo gli americani i grandi sponsor del più piccolo Paese balcanico, e in contemporanea il niet di Putin, affratellato ai serbi dalle radici slave. Nel solito silenzio smarrito dell’Europa, che nemmeno sul Kosovo ha una politica comune, è l’Alleanza atlantica ad avvertire che le sue truppe sul terreno dovranno rivedere le regole d’ingaggio. E soprattutto è Belgrado a ritrovare fiato: ci sono ancora 120mila serbi nel Kosovo del Nord, affamati per le sanzioni di Pristina all’import dalla Serbia, e quindi «non staremo a guardare, non escludiamo azioni militari». Fatta la tara della retorica, i giochi si riaprono e spingeranno la comunità mondiale, magari, a chiudere una transizione ventennale piena di rischi quanto di costi. Di solito, chi vuole la pace prepara la guerra. Ma siamo nei Balcani, e gli eserciti servono a una cosa sola.